Da alcuni anni Rocco Giove percorre il paesaggio lucano, rigorosamente a piedi, seguendo i suoi più riposti sentieri, alla scoperta della varietà e ricchezza delle sue strutture geologiche, delle sue morfologie, delle sue coperture vegetazionali, e dei segni, infine, della sua sofferta, millenaria storia di antropizzazione.
Un mite Rumiz lucano, che fa dei piedi “nobilissimi organi di senso”, ma con una differenza sostanziale: mentre il primo percorre la penisola italiana seguendo (o ricercando) la linea stradale forte ed indelebile tracciata dalla Roma caput mundi (l’Appia), Giove si perde invece nel reticolo di frastagliati tratturi e strade vicinali, creati e calpestati da generazioni di contadini, pastori, gualani, e così via, immergendosi totalmente nei paesaggi che percorre.
E registrandone inoltre, il trascorrere del tempo, l’incessante e ripetitivo rincorrersi delle stagioni, con le trasformazioni che esse inducono in un paesaggio mai uguale a se stesso.